Quanto sei disposto a pagare per restare fuori forma?

Di Pierluigi De Pascalis

Sono disposti a pagare anche 250 euro di abbonamento mensile in palestra pur di non ottenere risultati, identikit dell’Italiano medio fuori forma, alla ricerca di un alibi costo per non cambiare mai

Settembre e ottobre sono il periodo di ripresa delle iscrizioni in palestra, certamente questo è un anno insolito che fa storia a sé stante, e che proprio per questo sposta di qualche settimana quello che prima del covid avveniva già alla fine di agosto. Ma la sostanza non cambia, si sceglie di iscriversi in palestra e, al netto di tutta una serie di considerazioni (discipline praticate, comodità a raggiungere il centro sportivo), un elemento è sempre significativo: il prezzo dell'abbonamento.

A chiederlo sono soprattutto quelli che, ciclicamente, si iscrivono in palestra o lo fanno per la prima volta. A questi occorre chiedere "Quanto sei disposto a pagare per non avere assolutamente nessun risultato?".

Ma andiamo per ordine, se il prezzo diventa l'elemento determinante nella scelta del centro sportivo, e non si è già degli utenti di media-lunga esperienza, è facile incappare nel concetto che sia meglio risparmiare, spendere poco, magari anche solo 20 euro al mese, se non di meno. Tanto cosa cambia?

Ecco, cosa cambia? Presto detto, molti gestori fanno i salti mortali per restare aperti, offrire un servizio malgrado il periodo storico, far quadrare i conti. Altri, certamente più scaltri, puntano sui 20 euro al mese, a patto che… si faccia un abbonamento annuale!

Peccato che scegliendo questa formula il livello dei servizi sarà pari al prezzo pagato: una scheda uguale per tutti (se c'è), un istruttore per l'intera sala (se c'è), risultati che non arriveranno e una motivazione che, a metà mese, si andrà accorciando come le ore di luce del mese in corso. Risultato: il vero costo dell'abbonamento è di 240 euro al mese (quello fruito), perché in genere è già difficile portare a termine le prime 4 settimane, figurarsi 12 mesi

Il vero guadagno per questo secondo gruppo di imprenditori del fitness sono gli abbonamenti mai sfruttati, e magari la cauzione sulla tessera per l'accesso in palestra che può costare quasi quanto una ulteriore mensilità. Ecco che salta fuori anche la tredicesima!

Del resto la palestra, fatta salva una piccola percentuale di utenti, è vista nella maggior parte dei casi come "un di più", una alternativa a divertimenti per i quali si è disposti a spendere senza indugi, nel migliore dei casi è percepita come un "dimagritoio" dove espiare i peccati della tavola.

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Che poi se domani fosse possibile dare una pillola grazie alla quale chiunque in sovrappeso potesse perdere il grasso in eccesso, è fortemente probabile che nel giro di un anno, la quasi totalità, tornerebbe ad avere lo stesso sovrappeso di prima, se non peggio. Perché quel che manca è l'acquisizione di uno stile di vita, la costanza di investire su sé stessi nell'ottica di guadagnare prima di tutto in salute, una salute che per molti evidentemente vale meno di 20 euro al mese.

Il cambiamento è sempre figlio di scelte, talvolta complesse o perfino scomode o spiacevoli, ma alla fine si ottiene quello per cui si è lavorato, non quello che si è desiderato osservando chi lo ha già raggiunto.

Occorre smettere di considerare l’attività fisica come una punizione da prendere “al bisogno” pretendendo tra l’altro un risultato immediato. Anche perché molte persone sopravvalutano gli effetti che possono ottenere in un mese, ma sottovalutano cosa potrebbero ottenere in un anno.

Stabilire le colpe di questo approccio immaturo all'attività motoria non è semplice. Certamente l'imprinting che parte già nelle scuole, con una quota di attività motoria (quando c'è) assolutamente inadeguata per tipologia, frequenza e modalità non aiuta ad attribuire il giusto valore nella fase adulta della vita.

Se al liceo è un mezzo per sfuggire 2 ore a settimana dalle versioni di latino ed equazioni di matematica, a 40 anni resta un modo sfuggire a qualche coniuge non meno complesso da gestire.

Non va meglio quando passa nelle mani di chi la trasforma in un mero strumento finalizzato all'estetica e all'esibizione delle proprie insicurezze, tenute strette strette in una maglia elasticizzata.

L'allenamento diventa un viatico per fare storie sui social dal coinvolgimento garantito, aprendo una frattura fra due estremi, la costanza e la dedizione per l'esclusivo risultato estetico, e di conseguenza una sindrome metabolica che molto presto sarà declassata a body shaming.

Nel mezzo la scienza che si affanna a sfornare i dati della ricerca, evidenziando il ruolo preventivo e perfino terapeutico dell'attività fisica. Ma resta autoreferenziale, o al massimo strumentalizzata da chi ambisce ad aggiungere denominazioni allegoriche al proprio curriculum in un Paese in cui, anche la validità di un articolo, dipende solo dai like che riceve.