Il piede: descrizione ed evoluzione

Di Fabio Marino

Frequentemente bistrattato, nascosto, maltrattato, il piede è in realtà una parte meravigliosa del nostro corpo, uno straordinario esempio di architettura e ingegneria biologica, nonché elemento distintivo della specie umana.

Spesso il piede viene considerato solo ed esclusivamente nella sua funzione meccanica, essendo il principale organo coinvolto nella locomozione e nel mantenimento della stazione eretta. In realtà esso è anche uno straordinario recettore e informatore del cervello. Il suo contatto con il terreno rappresenta il costante interfaccia fra noi e l’ambiente. Grazie a queste sue caratteristiche il piede si comporta come una piattaforma stabilometrica, in quanto è in grado di fornire informazioni sulle oscillazioni dell’intera massa corporea. L’antico detto “tu ragioni con i piedi”, utilizzato per evidenziare un ragionamento incoerente, non ha più motivo di esistere.

Possiamo immaginare il piede come un instancabile lavoratore, deputato a sostenere tutto il peso del corpo, capace di rilasciarsi e poi irrigidirsi per permettere il cammino e l’adattamento al terreno, una sorta di ammortizzatore biologico. Paparella Treccia ha associato la struttura del piede ad un’elica, che si avvolge e si svolge per compiere la sua azione propulsiva e dinamica. Allo stesso tempo il piede è sopraffino scienziato nella sua funzione sensitiva, capace di raccogliere informazioni spaziali, termiche, tattili e traumatiche per poi trasferirle al cervello. Da questa sua intrinseca complessità e importanza capiamo la necessità di trattare il piede nella maniera migliore. Avere cura dei propri piedi non significa soltanto ricordarsi di lavarli di tanto in tanto, tagliare le unghie e scegliere la scarpa più bella. Dal piede e dal suo appoggio dipende la posizione di tutte le strutture sovra-podaliche, per cui un cattivo appoggio plantare si tradurrà sicuramente in una cattiva postura di tutto il corpo. Ecco perché diventa fondamentale conoscere sia la struttura che l’evoluzione del piede con la crescita.

Il piede si compone di 26 ossa (28 con le ossa sesamoidi costanti del piede), 33 articolazioni e 20 muscoli. La particolare disposizione ossea permette di suddividere il piede in 3 parti:

  • avampiede: in cui si trovano le ossa delle falangi e dei metatarsi;
  • mesopiede: in cui si trovano l'osso cuboideo, i tre cuneiformi, e lo scafoide tarsale;
  • retropiede: in cui si trovano l'osso astragalo e calcagno.

Anatomicamente si distinguono muscoli intrinseci, con origine e inserzione sul piede, e muscoli estrinseci, che originano dalla gamba e si inseriscono sul piede. In condizioni normali la pianta del piede non poggia completamente sul terreno ma si alza nella volta plantare.

Tale volta risulta costituita da tre archi, detti archi plantari, che presentano tre punti di appoggio in corrispondenza della prima testa metatarsale (A), della quinta testa metatarsale (B) e della tuberosità posteriore del calcagno (C). L’arco che si estende da C a B viene definito arco esterno o laterale. Da B ad A si trova l’arco trasverso o anteriore. Mentre da C ad A si estende l’arco interno o mediale, il più lungo e alto oltre che il più importante dal punto di vista statico e dinamico.

Tale particolare conformazione è deputata a trasformare le spinte verticali che si scaricano sul piede in spinte laterali per meglio essere distribuite sulla pianta d’appoggio. Al piede spetta dunque un’indispensabile azione ammortizzatrice.

La curvatura e l’orientamento della volta plantare dipendono da un equilibrio estremamente delicato fra le diverse azioni muscolari e la struttura scheletrica e legamentosa. Quando queste sinergie si rompono, vuoi per una predisposizione congenita, un trauma o un cattivo utilizzo del piede, si determinano quelle che rientrano fra le alterazioni comuni del piede: il piede piatto e il piede cavo.

immagine_1

Il piede piatto rappresenta quell’alterazione del piede in cui si ha una riduzione dell’arco plantare con conseguente aumento della superficie d’appoggio della pianta del piede.

In base alla gravità e all’evoluzione il piede piatto si distingue in vari gradi. Il piede del bambino è normalmente piatto alla nascita, poiché le sue strutture di sostegno sono ancora in fase di formazione. Gli stimoli esterni che progressivamente il bambino fornirà al piede con la crescita, prima gattonando, poi stando in piedi, camminando e correndo, contribuiranno in maniera determinante alla buona formazione dell’arco plantare.

Esistono pareri discordanti circa l’utilizzo o meno di ortesi plantari per favorire la corretta formazione dell’arco. In linea generale bisogna ricordare che nella maggior parte dei casi il piede piatto nel bambino tende normalmente alla risoluzione spontanea senza determinare conseguenze nell’età adulta.

Di aiuto possono essere semplici esercizi come camminare sulle punte, sui talloni e sul margine esterno del piede. Camminare a piedi nudi su superfici irregolari, come giardini o sabbia, evitando di “imprigionare” continuamente il piede del bambino all’interno della scarpa. Afferrare piccoli oggetti fra i piedi o con le dita o stropicciare un asciugamano a terra.

Corso Istruttore Hatha Yoga per il FitnessCorso Istruttore Hatha Yoga per il Fitness

Incoraggiare il bambino a muoversi quanto più possibile, saltare, correre, giocare rappresentano sempre la terapia più efficace e “sopportata” dal bambino.

Nel caso in cui il piattismo persista anche dopo i 10 anni si può prendere in considerazione l’utilizzo di un plantare, se vi è dolore localizzato al piede e irradiato alla gamba, che impedisca ad esempio lo svolgimento di attività sportive, oppure l’intervento chirurgico.

Il piede cavo può essere considerata l’alterazione opposta al piede piatto, poiché si ha un aumento dell’arco plantare. L’area di appoggio del piede è limitata al calcagno e alla parte anteriore del piede, con conseguente sovraccarico in queste zone e minore equilibrio. Più frequente nel sesso femminile che maschile, il piede cavo è una condizione che può essere presente alla nascita (congenito) oppure può essere acquisito successivamente, soprattutto in seguito a patologie di origine neurologica (Paralisi spastiche, spina bifida, ecc.) con conseguente squilibrio muscolare, o avere eziologia ignota (piede cavo idiopatico). In quest’ultimo caso si riscontra soprattutto in quei soggetti che per motivi professionali o estetici indossano abitualmente calzature troppo strette e rigide o con tacco troppo alto.

Così come il piede piatto, anche il piede cavo evolve e si distingue in gradi. A seconda dell’eziologia, della gravità e dell’età del paziente si ricorrerà a un trattamento conservativo di fisiochinesiterapia, ortesico plantare o chirurgico. Nel trattamento fisiochinesiterapico, oltre alle manipolazioni, saranno utili esercizi di allungamento per la muscolatura posteriore della gamba, spesso contratta, come spingere avanti e indietro l’avampiede sullo spigolo di un gradino o camminare all’indietro su un piano rialzato.

immagine_2

Spesso i genitori sono preoccupati dal modo di camminare del proprio bambino, sono frequenti le visite dal pediatra o dall’ortopedico perché “il bambino poggia male il piede”. Soprattutto dopo i primi passi è impossibile che il bambino raggiunga un livello di standardizzazione della camminata simile agli adulti. È necessario rispettare i suoi tempi di crescita con le relative difficoltà, comprese di cadute. Frequentemente l’attenzione dei genitori si sofferma sul retropiede del bambino perché pensano sia troppo inclinato rispetto al normale. Essendo generalmente il piede del bambino piatto, il retropiede si presenta con un’angolatura in valgismo più accentuata rispetto al normale. Tale condizione tenderà all’autocorrezione con la crescita.

Sottolineiamo anche come è fisiologico che durante la marcia i piedi non si pongano parallelamente fra loro ma leggermente aperti. Fra l’asse di ciascun piede e la linea di marcia si viene a formare un angolo di circa 15-18°.

I difetti di deambulazione più comuni nell’infanzia e che portano più frequentemente a visita ortopedica sono:

  • ritardo o incertezza nella deambulazione: un bambino che cade spesso, se non sussistono problemi neurologici o strutturali, può essere considerato normale. La sua tendenza a cadere sarà da attribuire, piuttosto, all’eccessiva protezione dei genitori o a mancanza di abilità per un substrato emotivo. Fino al diciottesimo mese comunque può essere considerata normale una certa insicurezza nella deambulazione;
  • deambulazione in intrarotazione: rappresenta il difetto di deambulazione più frequente, spesso dovuto a un’antiversione del collo femorale, condizione benigna e transitoria che si riscontra nel 10% dei bambini tra 2 e 5 anni, tale da determinare la camminata a “punte in dentro”.I bambini tendono ad assumere la posizione a “W” o a ranocchio. Nonostante il difetto si corregga spontaneamente prima dei nove anni di età, è opportuno che il bambino eviti di assumere posture sbagliate, che potrebbero sostenere la torsione del femore, incoraggiandoli piuttosto a sedere a gambe incrociate e a dormire supini piuttosto che a pancia sotto. Condizioni più rare che determinano il difetto di intrarotazione durante la camminata sono rappresentate dalla torsione tibiale e dal metatarso addotto;
  • deambulazione in extrarotazione: condizione meno frequente che si osserva soprattutto in bambini obesi, ipotonici o con anca extra ruotata all’esterno per la posizione prolungata assunta nella vita intrauterina (spesso si riscontra nei gemelli per il minor spazio in utero);
  • deambulazione in punta di piedi: si riscontra frequentemente nei bambini dall’inizio della deambulazione fino ai 5-6 anni. Quando il bambino sta fermo poggia tutta la pianta mentre quando cammina si appoggia sulle punte. Fra gli 1-2 anni è una condizione normale che serve a rinforzare i muscoli del polpaccio per poter camminare meglio, dopo si presenta in quei bambini in cui gli stessi muscoli e il tendine d’Achille sono più in tensione rispetto al normale. Può comparire in quei bambini che hanno adoperato a lungo il girello. Tende normalmente alla risoluzione entro i 6 anni, di aiuto può essere lo stretching dei muscoli posteriori della gamba.

Lo specialista dovrà essere in grado di valutare se tali difetti rappresentino, come nella maggior parte dei casi, situazioni destinate alla risoluzione spontanea con la crescita, oppure necessitino di specifici interventi.

La scelta delle calzature

La scarpa rappresenta sicuramente l’elemento d’abbigliamento più delicato nella scelta, non solo per i bambini ma anche per gli adulti, al quale porre quindi particolare attenzione. È frequente ormai trovarsi di fronte neonati con ai piedi scarpine della marca più in voga del momento. L’ossessione della moda dei genitori si trasmette così al figlio, a suo discapito, fin dalla nascita. In realtà la scarpa nei bambini così piccoli non solo non è di alcuna utilità, ma può risultare addirittura dannosa. Il piede è uno straordinario organo che ci mette continuamente in comunicazione con l’ambiente, tale funzione è ancora più importante nel bambino. Nei primi mesi di vita le informazioni tattili ed esterocettive che permettono al bambino di conoscere il mondo che lo circonda derivano, oltre che dalla mano, proprio dal piede.

“Imprigionare” precocemente il piede del bambino all’interno della scarpa significa privarlo di quegli stimoli così importanti per lo sviluppo della sua sensibilità propriocettiva. Fino a quando il bambino non sarà del tutto autonomo nel cammino, mantenerlo a piedini scalzi, o al massimo fargli indossare delle calze antiscivolo, è sicuramente più indicato per favorire una corretta formazione dell’arco plantare e un’ottimale sviluppo di muscoli e legamenti. Fare camminare il bambino su terreni accidentati (spiagge, prati, ecc) rappresenta la migliore ginnastica per il suo piede. Solo quando la conquista della deambulazione sui piedi potrà dirsi superata, i passi sono sicuri e diventano frequenti le uscite di casa del bambino, sarà opportuno cominciare a utilizzare una calzatura specifica.

Scegliere la scarpa giusta, a maggior ragione per i bambini, è un compito delicato. Una scarpa non adatta al piede può determinare modifiche nel modo di camminare, può variare la forma del piede, inficiarne il corretto sviluppo. Non sempre la scarpa che costa di più è necessariamente la più valida. Innanzitutto occorrerà valutarne il materiale, una buona scarpa è quella che si adatta al piede e non viceversa. A tal proposito assicurarsi che sia costruita con materiali naturali e morbidi affinché risulti elastica durante il passo ma senza deformarsi. Le caratteristiche più importanti che le prime scarpette per bambini devono possedere vengono così riassunte:

  • la suola dovrebbe essere piatta e allo stesso tempo flessibile, tale da rendere possibile il piegamento della parte anteriore a circa 90° con la semplice pressione della mano. La suola dovrebbe essere in cuoio per permettere un migliore scivolamento del piede sul terreno;
  • a punta anteriore della scarpa dovrebbe essere abbastanza ampia e alta per permettere di alloggiare comodamente le dita e non ostacolarne il movimento;
  • posteriormente e ai lati dovrebbe esserci un contrafforte rigido per mantenere in asse il calcagno durante l’appoggio al suolo. Sono da evitare le scarpe prive di questi contrafforti, come ad esempio quelle in tela;
  • l’altezza della scarpa non dovrebbe ostacolare il libero movimento dell’articolazione della caviglia. Al massimo sarà fornita di un gambaletto morbido che non superi il malleolo per evitare che il bambino la sfili con troppa facilità;
  • il tacco nel periodo dei primi passi dovrà arrivare a massimo 5 mm. Successivamente la sua funzione sarà quello di mantenere l’allineamento del baricentro corporeo con l’arto inferiore e aumentare così l’equilibrio. L’altezza massima da raggiungere sarà di 10 mm.1

È opportuno ricordare che il piede nei primi 3 anni di vita ha un notevole sviluppo e cresce all’incirca di 3-4 mm al mese, quindi la calzatura andrebbe sostituita all’incirca ogni due-quattro mesi. A tal proposito per scegliere la misura esatta si valuterà la distanza fra l’alluce del bambino e la punta della scarpa, tale distanza dovrà essere mediamente di poco superiore a 1 cm (pari a circa un dito trasverso).

Una scarpa troppo stretta altera la circolazione sanguigna, favorisce l’arrossamento della cute ed il progressivo instaurarsi di deformità come la marcia a punte in dentro. Una scarpa troppo larga, al contrario, può causare vesciche e callosità a causa degli sfregamenti. Poiché la scarpa tenderà ad adattarsi alle caratteristiche del piede di chi la calza, sarebbe importante evitare l’utilizzo di scarpe già indossate da fratelli o amici, poiché tenderà a fare assumere i difetti di deambulazione di chi l’ha già calzata. Come precedentemente sottolineato, evitare di utilizzare, tranne se prescritte da uno specialista, scarpette ortopediche o correttive che con i loro rialzi e allacciatura sopra la caviglia, impediscono al piede di formarsi armonicamente, costringendolo ad un’assurda rigidità che si tradurrà in una mancanza di equilibrio del bambino poiché incapace di adattarsi alle asperità del terreno.