E se la torta fatta in casa bloccasse la crescita?

Di Pierluigi De Pascalis

Perché siamo convinti che la carne sia piena di antibiotici, la torta della nonna faccia bene e che i pesi blocchino la crescita? I danni del rifiuto selettivo e come arginarlo.

Alzi la mano chi non ha mai pronunciato, o non ha mai sentito fare, affermazioni del tipo “la carne è piena di antibiotici”; “il dolce fatto in casa è più genuino perché privo di conservanti”; “fare ore di attività cardio è il metodo migliore per dimagrire”; “il nuoto è uno sport completo”; “i pesi bloccano la crescita”, ecc.

Sono tutte affermazioni ingenue e, purtroppo, non solo sbagliate, ma che possono condurre verso risultati opposti rispetto a quanto desiderato. Obesità e sovrappeso a forza di dolci fatti in casa (che non sono più genuini, sono ugualmente calorici, e talvolta solo più a rischio di contaminazione), problemi posturali praticando il nuoto in modo inopportuno o evitando l’uso dei pesi nei più giovani, passando per altre circostanze più o meno gravi.

La situazione desta, o dovrebbe destare, ulteriore imbarazzo quando a pronunciare simili affermazioni sono dei professionisti di settore, trainer, istruttori, nutrizionisti, per finire alla classe medica.
Abbiamo dati in letteratura che sono solidi, confermati, testati in ogni possibile modalità, per quale motivo permane una certa resistenza al cambiamento?

La tendenza umana a selezionare ciò che si accetta o si rifiuta, indipendentemente dalla forza delle evidenze, è un fenomeno ben documentato nella letteratura scientifica, e influenza una varietà di contesti: dalla scelta di affidarsi a professionisti della salute, all’adozione di terapie specifiche sino a valutare dati riguardanti scelte nutrizionali, integrazione alimentare e attività fisica.

Esiste un termine specifico: rifiuto selettivo, descrive proprio il processo mediante il quale gli individui, anziché valutare in maniera neutrale tutte le informazioni a disposizione, che mai come in questa fase storica sono numerose e di facile accesso, decidono di scartare a priori determinate evidenze, anche quando queste potrebbero rivelarsi valide e perfettamente conformi allo stato delle conoscenze scientifiche.

Questo non solo compromette l’efficacia di alcuni approcci, ma determina talvolta difficoltà per alcuni professionisti nel relazionarsi con l’utenza senza creare attriti e disaffezioni. A determinare tutto questo vi sono naturalmente specifici processi e, molto spesso, dei bias.

La “cognizione motivata” è uno di questi, indica la tendenza a fornire fiducia, anche immotivata e sovradimensionata, a informazioni ricevute da persone vicine o che riteniamo parte del nostro gruppo sociale.
I processi decisionali quindi non sono influenzati solo da criteri di verità oggettiva, ma anche dai desideri e dalle emozioni dell’individuo. Per questo, se un amico ci dice di essere dimagrito dopo un test per le intolleranze alimentari eseguito in farmacia, per quanto fuori da ogni canone scientifico, tendiamo a seguire il medesimo percorso.

All’interno di questo quadro teorico si inserisce il bias di conferma, con la tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni in modo coerente con le proprie convinzioni preesistenti (ad es.: non siamo in sovrappeso in quanto mangiamo troppo, ma per qualche problema di salute). Quando una nuova informazione contraddice queste convinzioni, può essere rigettata selettivamente.

Un altro processo è dato dalla teoria della dissonanza cognitiva, a causa della quale le persone sperimentano un profondo disagio psicoemotivo quando si trovano a dover fare i conti con evidenze in contrasto con le loro credenze o azioni precedenti: provate a dire a chi ha eseguito un simile test che ha solo buttato dei soldi.
Proprio per ridurre questo disagio, ignorare o rifiutare le informazioni discordanti, può essere una ulteriore strategia. È per questo che, talvolta in maniera disarmante e pur di fronte a dati inconfutabili, moti restano arroccati sulle loro posizioni.

Non è finita, secondo la teoria dell’identità sociale l’individuo tende a identificarsi con alcuni gruppi (ingroup) e a differenziarsi da altri (outgroup). Le informazioni provenienti dal proprio gruppo di appartenenza, come già accennato, vengono spesso accettate in maniera acritica, mentre le informazioni veicolate da gruppi esterni vengono respinte a priori. Se quindi il proprio gruppo si allena in palestra usando una cintura nel mentre sollecita le spalle, o utilizza un preworkout o corre a prendere degli aminoacidi ramificati al termine dell’allenamento, si tenderà a reiterare il comportamento senza obiezioni o domande, anzi con diffidenza se qualcuno dovesse far notare delle criticità in tali comportamenti.

Studi di neuroimaging hanno mostrato come le aree del cervello deputate all’elaborazione emotiva (in particolare l’amigdala e l’insula) si attivino durante la presentazione di stimoli specifici, quando ad esempio un’informazione suscita paura, rabbia o altre emozioni intense, la risposta istintiva può essere quella di “rigettarla” o di “allontanarla” per evitare ulteriore sofferenza emotiva.

Tutto si aggrava se si considera l’effetto “backfire, un paradosso per cui, nell’atto di confutare un’informazione errata fornendo prove contrarie, si rischia di ottenere l’effetto opposto: anziché correggere la credenza, la si rafforza. Ciò si verifica perché l’individuo rifiuta di percepire la nuova informazione, si chiude, e si sente messo sotto accusa, consolidando ulteriormente la propria posizione.
Questo effetto dovremmo aver imparato a riconoscerlo tutti nel corso della recente pandemia, che probabilmente ha generato ed esacerbato tali processi a livelli impensabili in altri momenti storici.

Molte decisioni avvengono inoltre in modo rapido e intuitivo, attraverso scorciatoie mentali dette euristiche. Tra le euristiche più note spiccano quella di disponibilità (availability heuristic), per cui le persone giudicano la probabilità di un evento in base alla facilità con cui riescono a richiamare esempi nella memoria, e quella dell’ancoraggio (anchoring heuristic), per effetto della quale i giudizi successivi si basano su informazioni iniziali, anche se potenzialmente irrilevanti.

Queste euristiche possono favorire il rifiuto selettivo perché spingono a non ricercare una valutazione oggettiva e a fare affidamento su ciò che risulta immediatamente più comodo o vicino alle convinzioni personali.

Quando l’insieme di questi processi, evolutivamente determinanti, si uniscono alla disinformazione, soprattutto quella a rapida diffusione tipica dei social media, e incontrano individui predisposti, crolla il dialogo costruttivo, e si generano bolle in cui ciascun gruppo condivide e ribadisce soltanto le proprie idee.

Nel campo della salute pubblica, ma anche delle scelte alimentari e degli approcci allenanti, questo può avere gravi conseguenze. Soprattutto in Paesi come l’Italia che sono al vertice degli Stati con il maggior tasso di analfabetismo funzionale.

La buona notizia è che, chiunque abbia letto sin qui questo editoriale, è probabilmente più avvezzo ad un approccio scientifico e meno condizionato emotivamente. Non perché ne sia io l’autore, ma perché è improbabile che gli elementi descritti abbiano destato interesse (anche solo al fine di criticare) su chi, proprio per i medesimi bias elencati, alla decima riga avrà ipotizzato d’aver già compreso tutto smettendo di leggere.

La cattiva notizia è che per migliorare l’approccio critico servirebbe in primo luogo un miglioramento del sistema scolastico, una educazione che includa competenze di base nella comprensione dei metodi scientifici (ad es.: come funziona il peer review, cosa significa campione rappresentativo, cos’è la significatività statistica), che favorisca l’abitudine alla verifica delle fonti e al confronto con dati affidabili. Si comprende bene quindi come, alla luce della situazione attuale, per dirla con garbata sintesi: siamo spacciati.

  1. Festinger, L. (1957). A Theory of Cognitive Dissonance. Stanford University Press.
  2. Tajfel, H., & Turner, J. (2001). An integrative theory of intergroup conflict. In M. A. Hogg & D. Abrams (Eds.), Intergroup relations: Essential readings. Psychology Press
  3. Nickerson, R. S. (1998). Confirmation bias: A ubiquitous phenomenon in many guises. Review of General Psychology, 2(2), 175–220
  4. Lewandowsky, S., Ecker, U. K. H., Seifert, C. M., Schwarz, N., & Cook, J. (2012). Misinformation and its correction: Continued influence and successful debiasing. Psychological Science in the Public Interest, 13(3), 106–131
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