Coaching per lo sport: alleniamo la mente

Di Oriana Ghinato

Coaching, coach, coachee: andiamo alla scoperta del mondo del coaching e del coaching sportivo in particolare. A cosa serve il coaching? È utile per l'atleta? Come di diventa Coach?

Il Coach è un professionista che allena la mente e sin dal primo istante accetta e accoglie la verità dell’individuo; lo supporta e lo accompagna dove vuole andare. Tra coach e individuo (coachee) si crea una relazione di fiducia basata sull’ascolto che porta entrambi verso una trasformazione. Il coach è un allenatore che sostiene il coachee in un percorso di crescita professionale e personale.
Un percorso di consapevolezza che spinge all’azione e quindi alla trasformazione. La relazione di cui parliamo non esiste in natura ed è una relazione privilegiata dove il clima complice favorisce la crescita.

L’allenatore, che lavora in coppia con il coachee, osserva il mondo con “lenti speciali”, vede tutto e coglie tutto. Ascolta in stereofonia. Apprezza il silenzio perché dà spazio all’altro. È sempre presente e disponibile, corretto ed educato. Non giudica, non commenta, non dà soluzioni; ma piuttosto accompagna il coachee nella ricerca delle proprie soluzioni e nella verifica di nuove prospettive.

Il coach deve mettere al CENTRO il coachee e lo porta dal negativo al positivo e da DEVO a VOGLIO, da QUI e ORA a LA e ALLORA. Si tratta di un percorso verso la CONSAPEVOLEZZA e la RESPONSABILITÀ.

I pilastri del coaching, le regole che il coach non deve assolutamente violare sono:

  • Volontarietà – il coachee deve volere il coaching. Nessuna forzatura
  • Segreto professionale – il coach non deve rivelare alcuna informazione a terzi
  • Trasparenza – Il coach deve utilizzare una comunicazione diretta ed evitare fraintendimenti
  • Etica – il Coach segue regole ferree mette sempre al centro il coachee. Nulla conta di più del coachee. Il coach deve sempre essere onesto, chiaro, affidabile, senza pregiudizi, non orgoglioso, educato, presente
  • Professionalità – il coach deve essere qualificato, preparato, aggiornato
  • Distacco – Il coachee non deve cadere nella dipendenza, non si deve creare un rapporto empatico tra coach e coachee. Il coach deve essere lucido, distaccato ma non freddo, concentrato ma non lontano

Il coachee deve sentire la presenza del coach; il coachee deve trovare la via che sta cercando perché ha le potenzialità per trovarla. Il coach sa che il coachee ha dentro di sé gli strumenti e le capacità per trovare la via e ha il dovere di accompagnare il coachee alla ricerca della via senza però indicare la direzione. Il giusto distacco significa mettersi a fianco del coachee e camminare con lui/lei.

Coaching significa quindi liberare il potenziale delle persone per massimizzare le loro performance. Per svilupparci ci servono nutrimento e incoraggiamento ma il piccolo “seme” della spinta alla crescita già c’è nell’essere umano; si tratta di coltivare questo seme con cura.

Lavorare, costruire una mentalità di coaching che porti la persona a scoprire come credere in sé. Per costruire la sicurezza in sé stessi i successi non sono sufficienti; è necessario essere coscienti del fatto che i successi sono i risultati degli sforzi fatti.
Le persone devono inoltre sapere che gli altri credono in loro, questo significa ricevere fiducia e spazio d’azione. Conta moltissimo l’incoraggiamento nel compiere le proprie azioni e nel fare le scelte. Tutto quanto sopra espresso significa essere trattati da pari e non essere ignorati.

Parliamo di COACHING SPORTIVO: un tempo ci si soffermava a considerare le capacità tecniche e le il livello di forma fisica. La mente non veniva riconosciuta come cruciale e si pensava che il Coach non potesse fare molto.

I coach avevano effetto in maniera inconscia sullo stato mentale dei loro atleti e purtroppo in maniera negativa per metodi errati e troppo duri.
Il punto era che non davano ai loro atleti la possibilità di diventare responsabili perché dicevano loro COSA FARE e COME FARE. Questo processo si definisce soppressione della coscienza. Purtroppo ancora oggi molti coach lavorano cosi, limitando cioè il potenziale del proprio atleta.

Il modo migliore per sviluppare e mantenere lo stato mentale ideale per una buona performance è creare una presa di coscienza e responsabilità in modo costante. Si deve costituire un processo di CONTINUOUS TRAINING.

Questa continuità fonda le sue radici negli allenamenti quotidiani dove le occasioni di incontro e confronto sono favorevoli.
Fare coaching non significa impartire istruzioni, al contrario significa lavorare sul breve termine, per arrivare a svolgere il compito dato, sia sul lungo termine per il miglioramento della vita in generale.
Ecco allora che la definizione di coach prende contorni precisi: il coach non è un risolutore di problemi o un consulente o un esperto MA è una persona con cui far emergere idee, potenziale. Un facilitatore ed un elevatore di coscienza.

LA COSCIENZA

La coscienza è la risultanza di attenzione mirata, concentrazione e chiarezza. Essere a conoscenza di qualcosa tramite osservazione o interpretazione dei dati sensoriali. Prendere coscienza significa attivare le CAPACITA’ DI APPRENDIMENTO INNATE.

Il livello di coscienza può aumentare o essere potenziato con la pratica (focalizzazione dell’attenzione senza ausili esterni ad esempio). Avere maggior coscienza significa avere maggiore chiarezza e sentirsi maggiormente sicuri.
La coscienza include anche la coscienza di sé ed in particolare la capacità di riconoscere come e quando le emozioni distorcono le nostre percezioni.

Nello sviluppo delle abilità fisiche la coscienza delle percezioni corporee è fondamentale: l’efficienza fisica individuale aumenta se aumenta la coscienza che l’atleta ha delle percezioni fisiche durante l’attività che svolge.
Questo concetto ancora risulta di difficile comprensione molti allenatori che insistono nell’imposizione di tecniche dall’esterno.

Se la “coscienza cinestesica” è concentrata su un dato movimento le imprecisioni ed eventuali inefficienze si riducono e vengono presto eliminate con un risultato finale di forma più fluida ed efficiente.

Il metodo di insegnamento pertanto non deve essere standardizzato, il sapere non deve essere trasmesso “come lo abbiamo appreso e mai modificato”; al contrario l’insegnamento deve lasciare spazio all’ascolto del corpo e della mente. Libertà di espressione motoria per far affiorare attributi unici di ogni persona. Non esiste persona uguale all’altra; ogni atleta è diverso. Solo l’individuo può scoprire come operare al meglio e per farlo deve essere conscio. La presa di coscienza priva di giudizio è certamente “curativa” per l’essere umano. Le neuroscienze ne danno un spiegazione biologica: le onde cerebrali vibrano a diverse frequenze a manifestazione dell’interazione tra neuroni.

Quattro sono gli schemi principali di onde cerebrali che vanno dalle alte alle basse frequenze. La maggior parte della vita professionale si colloca nelle frequenze elevate – alfa o beta; la nostra attenzione conscia si dirige verso l’esterno sui compiti da svolgere. Per aumentare le nostre percezioni consce e avere accesso al potenziale interiore dobbiamo poter attingere ad altri livelli di onde cerebrali: le onde delta e theta.

Tramite la meditazione si può sviluppare coscienza. Essere coscienti significa sapere ciò che accade intorno a noi. Autocoscienza significa sapere cosa stiamo percependo.
Per una performance elevata è necessaria un’attenzione conscia, d’altra parte però è anche vero che il nostro corpo cerca di ridurre il livello di attenzione – risparmio energetico – per ridurre un sovraccarico sensoriale.

Coscienza e Responsabilità sono il cemento che rende forte l’essere umano/l’atleta. Da un lato coscienza significa: qualità e quantità di input e di output, interesse, apprendimento, raggiungimento. Dall’altro lato responsabilità significa: scelta e controllo personali: unicità, potenziale, autostima, sentire le cose come proprie, fiducia in sé, auto-motivazione.

L’unione di coscienza e responsabilità porta a Performance di qualità: apprendimento potenziato, elevata produttività, migliore comunicazione, migliore collaborazione interna, equilibrio vita-lavoro, maggiore coinvolgimento, maggiore ascolto contestuale.

La pratica del coaching dunque ha un’importanza fondamentale.

LE DOMANDE EFFICACI

Le domande efficaci sono lo strumento di “lavoro”. Domande aperte che spingono al ragionamento e al libero pensiero. Le domande chiuse libera dal bisogno di pensare. Le domande aperte promuovono un pensiero concentrato e proattivo. Il “perché” è sconsigliato in quanto evoca atteggiamenti di difesa Molto importante è anche la ricerca dei punti ciechi ad esempio durante una sessione il coach potrebbe chiedere all’atleta quale parte del gesto atletico trova più difficile da percepire consciamente in modo accurato. È possibile che si tratti di un punto cieco in cui si nasconde un disagio inespresso o un errore di movimento.
Man mano che il coach porta più attenzione conscia in questa area potrebbe verificarsi una correzione naturale dell’errore perché la percezione viene recuperata – senza alcun input tecnico.

ASCOLTO ATTIVO

Ascoltare significa sentire con orecchie e cuore, significa catturare con gli occhi ed entrare in connessione con il coachee. Si deve creare un link forte; il coach ascolta con attenzione individuale.
Il coach deve cogliere ogni sfumatura del coachee, il tono della voce, la postura, quali parole usa e come le usa.

Le abilità di ascolto attivo sono le seguenti:

  • Rispecchiare, al coachee ciò che ha detto senza tralasciare nulla
  • Parafrasare, ripetere usando parole leggermente diverse senza cambiare la sostanza
  • Riassumere, ripetere in maniera più succinta senza cambiare il significato
  • Chiedere chiarimenti, esprimere l’essenza di ciò che è stato detto e aggiungere qualcosa che si è colto dalle emozioni per generare comprensione e chiarezza
  • Incoraggiare l’autoespressione, costruire fiducia per incoraggiare l’apertura
  • Sospendere critiche e giudizio, essere aperti per lasciar parlare liberamente
  • Cercare il potenziale, concentrarsi sui punti di forza
  • Ascoltare il cuore, sentire la melodia del coachee per cogliere l’essenza
  • Stare in silenzio, lasciare lo spazio al coachee

Quando un coach riesce ad ascoltare in modo attivo e contestuale si crea la sintonia necessaria per una sessione di coaching dove anche fisicamente si può percepire ciò che il coachee sta provando. Se questo livello è raggiunto allora si può iniziare ad ascoltare tramite l’intuizione per osservare ciò che sta dietro a determinate parole.
Da non dimenticare, la sintonia è una condizione di lavoro ottimale raggiunta e da li non si deve tornare indietro. Il lavoro deve essere svolto insieme e deve puntare alla trasformazione, all’azione.