Dalla sedentarietà all'attività fisica

Di Pierluigi De Pascalis

Analisi dei principali modelli psicologici che regolano e governano i processi di cambiamento nei comportamenti per la propria salute, portando un sedentario a diventare un soggetto fisicamente attivo

Ci sono stadi ben precisi che governano e regolano il processo di cambiamento individuale che spinge verso la pratica dell'attività fisica con regolarità, tanto più in relazione all'obiettivo cardine di perseguire una condizione di salute e benessere. La salute è una situazione certamente dinamica, la cui espressione è governata dai cosiddetti determinanti di salute, fattori e condizioni sociali, ambiente in cui si è collocati, stile di vita ed elementi genetici e fisiologici influenzano in misura più o meno significativa il risultato finale. La strada che porta alla decisione di modificare le proprie abitudini asseconda bisogni e desideri, che in alcun modo sono da ritenere come sinonimi sebbene, intesi come risultato della pratica sportiva regolare, hanno contorni molto sfumati. I bisogni individuano elementi che, se non soddisfatti, possono portare a una disfunzione organica anche grave, mentre il mancato soddisfacimento di un desiderio cosciente genera al più insoddisfazione, amarezza, ma non è causa diretta di patologie. Tuttavia parlando di un corpo che sia esteticamente in linea con i desideri dell'epoca attuale, questo è fortemente correlato sia col bisogno di mantenersi in forma, e quindi attivi e con un controllo ad esempio del grasso corporeo e delle sue insalubri conseguenze, che con il desiderio di apparire "conformi" ai canoni estetici più desiderati. E' evidente quindi che per mezzo dell'attività fisica si possano perseguire contestualmente bisogni e desideri.

Mantenendo l'attenzione sul comportamento salutare (bisogno), avendo già spiegato come questo includa e coincida con l'appagamento estetico (desiderio), è possibile descrivere quali sono i processi psicologici che avviano un percorso di cambiamento, almeno sotto il profilo dell'analisi semplificata di base. I modelli che chiariscono il cambiamento del comportamento individuale volto al miglioramento delle condizioni di salute, sono raggruppabili in 3 grandi gruppi:

  1. Modelli dell'aspettativa-valore: si fondano sull'idea che ciascun comportamento si basa sull'analisi e sulla probabilità che una data azione coincida con i risultati previsti, e che tali risultati siano auspicabili, che quindi l'individuo razionalmente propenda con l'adozione di un comportamento
  2. Modelli processuali: si basano sull'assunto che i comportamenti sono il risultato di una transizione per fasi cronologicamente successive, distinte sia temporalmente che qualitativamente
  3. Modelli integrati: tengono conto sia di aspetti cognitivi che motivazionali, evidenziando il ruolo delle variabili emotive

Il modello delle credenze sulla salute rientra nel gruppo dei modelli dell'aspettativa-valore. Secondo tale modello il comportamento delle persone è regolato da aspettative, incentivi e cognizioni sociali. Inizialmente si basava su 4 percezioni soggettive che potevano favorire o compromettere l'avvio di specifici comportamenti.

  1. La vulnerabilità nei confronti di un evento spiacevole, ossia quante probabilità vi sono che una patologia possa colpire l'individuo che elabora il ragionamento
  2. La gravità e l'esito che questo potrebbe avere sul soggetto
  3. I benefici che una azione preventiva, nello specifico intraprendere una vita attiva, può realmente fornire
  4. Il rapporto costi/benefici tra lo stile da intraprendere e il vantaggio che si ritiene di poter ricevere. Intendendo per costo non solo il mero aspetto economico dell'avvio della regolare pratica sportiva, quanto di tutto quello che ruota attorno, incluso il tempo necessario per farlo

In una fase successiva tale modello venne ampliato introducendo il concetto di stimoli all'azione, ossia di quegli stimoli capaci di attivare un preciso comportamento, vale a dire l'esperienza personale, i messaggi che giungono dai mass-media, il confronto con gli esperti del settore, ma anche la pressione sociale percepita da parte di soggetti appartenenti alla medesima categoria socio-culturale.

Secondo tale modello le persone intraprenderanno un comportamento attivo (di salute) se si sentiranno esposte a una condizione di rischio percepito come adeguatamente elevato, e se riterranno che tale rischio possa essere tenuto sotto controllo per tramite del comportamento da intraprendere. Si badi bene che il medesimo processo può essere avviato pur senza essere consapevoli di benefici e riduzione dei rischi per la propria salute, ma anche solo conservando l'approccio dell'appagamento estetico. Quando vi è il timore di apparire non adeguatamente "conformi" ad uno standard ritenuto fortemente desiderato, e si percepisce che l'attività fisica regolare (atteggiamento) può essere il mezzo per raggiungerlo o per non rischiare di perderlo, allora tale atteggiamento viene messo in pratica.

La teoria della motivazione alla prevenzione, appartiene al medesimo gruppo dei modelli basati sull'aspettativa-valore, e afferma che la spinta a intraprendere un comportamento può derivare da fattori esterni, per esempio l'acquisizione di nuove informazioni, o da fattori interni, per esempio l'insoddisfazione o la comparsa di un sintomo. Il rapporto tra rischio o disagio percepito per la propria condizione attuale, e vantaggio ipotizzato come conseguenza del cambiamento, è la leva che può concretizzarlo. Secondo tale teoria pertanto il soggetto è cognitivamente e razionalmente maturo e capace di massimizzare la propria condizione di salute per tramite delle sue scelte. Secondo tale teoria le modalità e le strategie comunicative sono un fattore determinante nell'acquisizione del giusto atteggiamento nei confronti del cambiamento.

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In questa ottica, e in modo circoscritto ai timori per la propria salute, occorre perfino che il timore riguardo la conseguenza della propria sedentarietà sia sufficientemente elevato, si parla non a caso del ruolo motivazionale della minaccia percepita. Questo consente di introdurre un ulteriore modello, quello del processo parallelo esteso, secondo cui l'azione messa in pratica sarà positiva (cambio di atteggiamento) nel caso in cui sia la percezione del rischio che la percezione dell'efficacia della strategia sono elevate, vi è quindi un controllo positivo ed efficace. Al contrario se la minaccia è considerata di poco conto, o la percezione dell'efficacia dell'intervento è ritenuta bassa, è più probabile che non si adotti alcun cambiamento, preferendo controllare la paura legata alle conseguenze, e quindi minimizzando la percezione del rischio.

Solo per citare uno dei tanti altri modelli, si può fare riferimento questa volta ad uno di quelli appartenenti ai modelli processuali: il modello transteoretico degli stati di cambiamento, ribadendo che in questa sede ci si limita a individuare come le strategie di comportamento mutuate dall'ambito psicologico, possano descrivere alla perfezione anche quanto avviene o può avvenire nell'ambito delle attività fisiche.

Il modello transteoretico suggerisce che ogni modifica del proprio comportamento in relazione alla propria salute si concretizza per step successivi, i 5 stadi che lo caratterizzano sono:

  • Pre-contemplazione: non vi è intenzione di cambiare, talvolta si è inconsapevoli del problema, o vi è una resistenza al cambiamento
  • Contemplazione: vi è l'intenzione di procedere ad un cambiamento nel prossimo futuro, si è consapevoli dei benefici ma anche dell'impegno richiesto per cambiare delle abitudini
  • Preparazione: si è fortemente intenzionati al cambiamento, la percezione dei vantaggi supera quella dei costi, e ci si approccia spesso ad un professionista che possa essere d'aiuto
  • Azione: l'attività di cambiamento si concretizza e gradualmente si manifestano anche i vantaggi correlati al cambiamento
  • Mantenimento: prevede la costanza nell'azione intrapresa, la capacità di resistere alla tentazione di tornare alle vecchie abitudini

Secondo questo modello tuttavia, il cambiamento è un ciclo continuo e non definitivo, pertanto è possibile che il soggetto possa regredire ad uno stadio precedente in qualunque momento, ma questo non significa che ogni volta si cominci da capo, poichè si ritiene vi sia l'acquisizione permanente di sicurezza in sé stessi derivante dalla transizione da uno stadio al successivo. Il cambiamento e la motivazione al cambiamento non sono quindi elementi definibili come di "tutto" o "nulla", ma progressioni graduali. Il professionista del fitness che riuscisse a individuare lo stadio in cui si colloca un potenziale cliente, potrebbe usare in modo più efficace le migliori strategie di comunicazione persuasiva per favorire il passaggio ad uno stadio successivo.

Malgrado tutto quanto sin qui esposto, e malgrado l'esistenza di numerosi altri modelli (oltre alla possibilità di approfondire in misura enorme quelli brevemente esposti), è innegabile che una fetta ampia della popolazione non intervenga attivamente nel ricercare un cambiamento basato sull'attiva presa di consapevolezza del problema e modifica delle abitudini. Questo dipende in larga misura dal cosiddetto processo di coping, ossia delle azioni attive e intenzionali con le quali il soggetto risponde ad uno stimolo (propriamente uno stimolo stressante, quale può essere sia l'insoddisfazione corporea, che quella per una inadeguata performance atletica o di salute).

Senza volersi troppo addentrare in argomenti complessi, anche in merito al coping è possibile individuare diverse forme, fondamentalmente caratterizzate dalle modalità abitualmente messe in atto dal soggetto a fronte di un evento stressante.

È possibile individuare varie strategie di coping, ad esempio quelle focalizzate sul problema, con l'intento di intraprendere attivamente quelle azioni che possono ridurne l'impatto, e quelle focalizzate sulle emozioni, con una tendenza a minimizzare il disagio percepito, attuando strategie di autoconforto o l'evitamento di emozioni negative.

Non tutte le volte che vi è una forma di coping basata sulle emozioni si tratta di una strategia potenzialmente disadattiva, ma le strategie potenzialmente disadattive si basano su forme di coping incentrate sulle emozioni. Pertanto è frequente trovare individui che, anche a fronte di un problema oggettivo, che avrebbe una soluzione relativamente semplice se attivasse un cambiamento nei propri comportamenti, preferisce avvalersi del processo della negazione e del rifiuto del problema, con un distacco comportamentale che si manifesta anche con una riduzione degli sforzi per far fronte agli eventi.