Io non ce l'ho con i social, ma è ineluttabile che siano lo specchio della società in cui viviamo. Chiunque dedichi una mezz'ora al giorno a consultarli, si sarà imbattuto in post strappalacrime sull'accettazione di sé: "Ama il tuo corpo", "Ogni corpo è bello a suo modo", "La bilancia non definisce il tuo valore". Una reazione comprensibile dopo decenni di messaggi tossici, diete deliranti e umiliazioni in palestra, a scuola, dal medico, in famiglia.
Quasi in parallelo è esplosa l'era (la moda?) dei farmaci dimagranti, delle trasformazioni lampo, delle "rivincite" raccontate con il prima-e-dopo filtrato e sponsorizzato. Sui social si sono contestualmente create due frange opposte: da una parte chi accusa di "grassofobia", dall'altra chi contesta vi sia in corso una "promozione dell'obesità", con buona pace (e lauti guadagni) di chi cavalca l'una o l'altra ondata.
Nel mezzo la domanda vera resta sospesa: è ancora possibile parlare di salute e di rischio senza essere arruolati d'ufficio in una delle due tifoserie?
C'è un cortocircuito curioso nel dibattito attuale. Per anni ci si è giustamente battuti contro il body shaming, contro l'idea che il valore di una persona potesse essere riassunto dalla circonferenza del girovita o dal suo BMI. Abbiamo scoperto che lo stigma non fa dimagrire nessuno, ma aumenta ansia, depressione, abbassa l'autostima, peggiora i comportamenti alimentari.
Fino a qui tutto bene! Ripeto: fino a qui tutto bene, ma questa no, non è una citazione delle canzoni di Alessandra Amoroso, ma una frase iconica tratta dal film "L'odio" (pensa il caso) in cui si descrive la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani e, durante la caduta, si ripete "fino a qui tutto bene" come auto-incoraggiamento. Il problema infatti non è la caduta, ma l'atterraggio. Esattamente come per le conseguenze della dilagante obesità.
Anche nel caso dei corpi, sino a che si parla di percezione, di bellezza, di gradimento, "fino a qui tutto bene". Il problema nasce quando ogni riferimento a sovrappeso e obesità come fattori di rischio diventa automaticamente un atto di ostilità. Se un medico, un nutrizionista o un trainer ricordano che un certo livello di adiposità viscerale aumenta la probabilità di sviluppare diabete, malattie cardiovascolari o altre complicanze, c'è sempre qualcuno pronto a gridare allo scandalo: "Stai dicendo che chi è grasso merita di ammalarsi", "Stai colpevolizzando i corpi".
No, non è questo. Dire che una condizione aumenta il rischio non significa dire che una persona "vale meno" o "si merita" qualcosa. Significa semplicemente ricordare che il corpo obbedisce a certe leggi biologiche e fisiologiche, indipendentemente da ciò che pensiamo di lui dal punto di vista estetico o identitario.
Il paradosso è che, in nome dell'accettazione, si rischia di arrivare a negare l'esistenza stessa del rischio: una cosa è dire "il tuo corpo merita rispetto in ogni fase", un'altra è dire "non ha alcuna conseguenza a lungo termine".
Se pensiamo alle nuove generazioni, se pensiamo agli adolescenti di oggi, con l'idea di proteggerli, li abbiamo invece intrappolati in un messaggio impossibile: da un lato il dovere di autoaccettarsi, dall'altro la pressione silenziosa, ma costante, di aderire a un modello estetico preciso, filtrato, scolpito, performante.
Così può succedere che qualcuno non si senta rappresentato se è in sovrappeso, ma venga accusato di "tradire il movimento body positive" se decide di dimagrire, rimproverato se parla male del proprio corpo, ma senza che nessuno gli insegni davvero come prendersene cura in modo realistico, graduale, sostenibile.
In questo clima, il fitness rischia di trasformarsi nell'ennesimo terreno di confusione. Da un lato si demonizza ogni discorso sul peso come moralmente sospetto, dall'altro si legittimano pratiche tutt'altro che sane in nome del "wellness": restrizioni alimentari rigide travestite da "stile di vita", ossessioni per il controllo travestite da "dedizione", ansia da allenamento spacciata per disciplina.
La verità, scomoda ma necessaria, è che la salute non coincide con la taglia dei pantaloni, ma neppure può ignorarla completamente. Ci sono soggetti normopeso che hanno ugualmente problemi di salute significativi, e corpi oversize che, per un certo periodo, compensano bene. Ma questo non significa che i fattori di rischio spariscono se smettiamo di nominarli. Significa che dobbiamo imparare a parlarne meglio.
L'industria del fitness e della nutrizione ha un talento speciale: riesce a trasformare qualsiasi tendenza in un prodotto vendibile. Quando il body shaming era ritenuto "divertente", si vendevano soluzioni per correggere quelli che si riteneva fossero solo problemi estetici: panche piatte in 7 giorni, detox, creme brucia grassi (che qualcuno rimasto indietro non solo nel tempo, ma anche con altro, compra ancora a dire il vero).
Ora che il vento è cambiato si vende la finta l'accettazione preconfezionata. T-shirt con slogan motivazionali, pagine social, libri, nutrizionisti e dietologi obesi diventati star, fenomeni social che negano le calorie, il colesterolo, monetizzando dalla vendita del loro metodo o dei loro integratori.
Si è passati dal messaggio "non vai bene così, comprami per migliorarti" al messaggio "vai bene così, ma comprami per crederci davvero". L'oggetto dell'acquisto cambia, la logica rimane, i kg di troppo e la placca aterosclerotica pure.
Come si fa a dire che l'obesità aumenta il rischio di malattia senza trasformare questa frase in un giudizio sulla persona?
La risposta, che non fa vendere nulla, è banale e faticosa: bisogna distinguere. Distinguere tra valore della persona e caratteristiche del suo corpo. Distinguere tra responsabilità individuale e condizioni ambientali, sociali, economiche. Distinguere tra amore per se stessi come giustificazione per non cambiare mai nulla e amore per se stessi come motivazione per cambiare qualcosa, quando serve.
È tempo di smettere di scegliere tra due estremi: o la narrazione dura, colpevolizzante, estetica travestita da salute, o la narrazione che, per non fare male a nessuno, finisce per non dire niente a nessuno.
È vero che un termometro senza batterie non segnala mai la febbre, ci fa credere di non avere alcun problema, ma se ci affidiamo a un simile oggetto, prima o poi, dopo la caduta, arriva l'atterraggio!