Tra app e intelligenza artificiale: il Personal Trainer è morto?

Di Pierluigi De Pascalis

App fitness con AI vs Personal Trainer: la tecnologia può sostituire competenza, empatia e personalizzazione reale? Un'analisi critica del fitness digitale tra promesse e realtà

Ogni mattina mi sveglio, apro un social a caso o lo store dello smartphone, e trovo una nuova app per l'allenamento con l'Intelligenza Artificiale che mi promette il corpo dei miei sogni in 30 giorni, il piano nutrizionale perfetto, l'allenamento personalizzato e – già che ci siamo – anche la motivazione, il mindset e l'anima gemella se accetto i cookie (spero, tra l'altro, anche lei già col corpo dei miei sogni).

Nel frattempo il Personal Trainer in carne e ossa è stato retrocesso a figura folcloristica: uno che "ti conta le ripetizioni" quando la batteria del cellulare è scarica. Del resto perché mai dovrei affidarmi a un essere umano che sbaglia, si stanca e vuole essere pagato, quando un algoritmo può risolvere tutto con un abbonamento mensile e qualche notifica push?

Per anni abbiamo avuto guru del fitness che millantavano "garanzia di successo", fenotipicamente uguali, con trapezi che sfiorano i lobi delle orecchie, cartilagini nasali ipertrofiche (bambini, ubriachi e GH non mentono mai), curriculum in terza persona e follower comprati in Asia (anche in Bangladesh hanno capito che vendere follower rende più delle rose e non serve spostarsi da casa). Adesso abbiamo il suo erede digitale: una delle tante piattaforme di intelligenza artificiale.

Il copione è sempre quello: nessuna reale valutazione iniziale; nessuna analisi della domanda, del contesto, della storia personale; protocolli copia-incolla spacciati per allenamenti su misura; aggiunta di qualche grafico colorato (le persone amano i grafici) e il gioco è fatto.

Siamo passati dal "fidati di me che sono grosso" (non sempre eh, è pieno di personal trainer che hanno bisogno di un personal trainer), a "fidati dell'algoritmo". In entrambi i casi mancano le basi, i dati, manca la competenza. Ma c'è il marketing, quello non manca mai.

Nel mondo in cui l'ignoranza di uno vale quanto la cultura di un altro, abbiamo fatto un passo ulteriore mentre eravamo sul ciglio del burrone.

Perché se un trainer ti dice che in considerazione di un'esecuzione che farebbe inorridire anche il cugino Itt della famiglia Addams, e di una condizione fisica ferma con le 4 frecce, forse è il caso di rivedere carichi, volumi, stile di vita e – orrore! – anche qualche abitudine fuori dalla palestra, la risposta è:

"Mah, l'app dice che devo fare stacchi pesanti tre volte a settimana, altrimenti non cresco… e poi guarda, c'ho scritto 'advanced' nel profilo. Piuttosto cosa ne pensi della beta lanina endovena?"

Il bello della tecnologia è che ti permette di sbagliare con una precisione millimetrica, tracciando nel dettaglio ogni singolo step: passi "monitorati"; battiti "monitorati"; calorie "monitorate"; livello di confusione e autosabotaggio… non pervenuti.

L'algoritmo non si chiede perché ti stai allenando, da dove arrivi, a cosa sei disposto a rinunciare, quali emozioni ti hanno portato in palestra. Seleziona una combinazione di serie, ripetizioni e alimenti da una libreria preconfezionata, la adatta approssimativamente a qualche dato inserito a caso, e il gioco è fatto.

Funziona? Sì, a volte funziona. Se sei più sedentario di un divano, e sei abituato a mangiare senza ritegno, qualsiasi piccola modifica porterà a risultati. Ma, il fatto che una cosa funzioni, non significa che sia corretta.

Quando una persona arriva in palestra non porta solo un corpo da allenare: porta la sua storia, il vissuto di un fallimento, una separazione, un lutto, una diagnosi medica, una vacanza in cui non è entrata nel costume dell'anno prima, una frase infelice di qualcuno che le ha ricordato che "ti sei un po' lasciato andare".

Tutto questo l'app lo traduce così: obiettivo: dimagrimento, livello: principiante/intermedio/avanzato (a caso), preferenze: "no gambe", "no cardio", "sì addominali scolpiti in 6 settimane".

Ok, non tutti i Personal Trainer possiedono le competenze, la voglia e le caratteristiche per comprendere meglio, elaborare e strutturare un allenamento. Ma un Personal Trainer incapace si può sostituire. Gli aspetti empatici e le competenze trasversali invece, non apparterranno mai ad una App, per quanto sofisticata.

Il Personal Trainer, quello vero, dovrebbe fare l'esatto contrario: sospendere l'agito, non precipitarsi a prescrivere schede fotocopia, ma analizzare la domanda. Capire cosa c'è dietro al "voglio perdere 10 kg" o al "voglio mettere massa".

Un algoritmo può dirti quante calorie ti servono in teoria. Un professionista competente dovrebbe capire perché, pur sapendolo, in pratica sgarri sempre nello stesso modo, alla stessa ora, per lo stesso motivo.

Un'app può ricordarti che oggi hai il "leg day". Un trainer può vedere che oggi hai la testa altrove e che il carico giusto non è sul bilanciere, ma sulla conversazione che non stai facendo.

La parola magica oggi è "personalizzato". Tutto è personalizzato: la dieta, l'allenamento, il percorso, il mindset. Peccato che, nella maggior parte dei casi, la "personalizzazione" consista nel cambiare il nome in alto a sinistra e poco altro. Stesso numero di serie, stessi esercizi, stesso volume totale, stessi pasti, stesso giorno di "cheat meal programmato" per tutti. Un gigantesco menù fisso travestito da alta cucina.

Il problema non è tanto l'app, quanto la mentalità di chi la costruisce e di chi la usa: chi la costruisce cerca la massima scalabilità: più utenti, meno tempo, più margine; chi la usa spera nel massimo risultato con il minimo sforzo: più promesse, meno responsabilità, zero cambiamento reale di stile di vita.

In mezzo il concetto di salute, di prevenzione, di percorso a lungo termine sparisce, rimpiazzato da badge, medagliette virtuali e fuochi d'artificio sullo schermo per aver fatto 3 allenamenti di fila.

Se questo vi piace, allora forse il Personal Trainer è morto, o forse qualcuno lo ha spinto giù.

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