Il mondo dei social è alla deriva, e sin qui nulla di nuovo o diverso da quello che in tanti possono notare da fruitori. Il problema però non è legato ad una deriva determinata da persone che, senza arte né parte, sono loro malgrado obbligate a diventare meme viventi o lasciarsi andare in contenuti sempre più cringe, alzando l’asticella di volta in volta.
Il problema è legato ai tanti professionisti: personal trainer, nutrizionisti, psicologi, ma anche medici e altre figure normalmente di spessore che, affetti dal desiderio di apparire e, probabilmente con deficit di dopamina e di amici, si lanciano in situazioni sempre più discutibili.
Attenzione, la mia non è una critica da boomer e non appartengo alle schiera degli apocalittici, anzi utilizzo appositamente questi due termini (boomer e apocalittici) in modo da esser chiaro sia a chi dai social e dal loro slang è ormai dipendente, che da chi ha avuto la fortuna di studiare un po’ di sociologia, magari con i testi di Umberto Eco, cui si deve la paternità della differenza tra “apocalittici” e “integrati”.
Non ho timore di alcuna innovazione e anzi, senza ombra di dubbio, appartengo alla schiera di quelli che Rogers definisce early adopter (gli adottatori precoci), ho iniziato su un Commodore 64 quando ero ancora alle elementari, ho registrato e messo online il mio primo sito web prima che nascesse Google, e realizzato la versione I-mode prima che gli smartphone fossero quel che sono oggi.
I social (e i loro precursori) li ho utilizzati tutti, da ICQ, a second life, e le polemiche le facevo già sui newsgroup, figuriamoci se oggi (pur diversamente giovane) può “spaventarmi” TikTok! Al massimo detesto Clubhouse, ma ogni tanto uso perfino Quora. Quindi no, il mio non è un pregiudizio riguardo a nulla.
Semplicemente, anche come deformazione professionale, tendo a giudicare tutto con il metro della metodologia dell’allenamento: dato un obiettivo, valutato un soggetto, si struttura la programmazione, l’alimentazione, e il resto. E non viceversa.
Detto questo, se osservo il panorama attuale (ribadisco con esplicito e limitato riferimento all’uso da parte di professionisti), prima ancora di valutare i contenuti la domanda che mi pongo spontaneamente è: qual è l’obiettivo che alcuni influencer si pongono? La visibilità fine a se stessa? L’appagamento dell’ego? La dipendenza da dopamina? Lo scarso amor proprio? La monetizzazione? Avere qualcosa di cui vergognarsi fra qualche anno?
Mi pongo queste domande perché, guardando in giro, dopo un primo periodo in cui la divulgazione scientifica ha avuto il suo momento di splendore (certo con i toni e la sintesi che si convengono su simili piattaforme, ma non mi permetto di contestare il “modo”), ora per potersi ritagliare il proprio quarto d’ora di celebrità (per citare Andy Warhol), sembra che il metodo migliore sia quello di fare dissing con altri colleghi, che poi risponderanno alzando i toni ma abbassando sempre un po’ più il livello.
In alternativa si può puntare all’esasperazione di concetti che, pur veri, sono marginali, come la moda di attaccare alimenti o strategie o abitudini che sono assolutamente comuni e, nel contesto di un utilizzo “nella norma” (Friedrich Gauss mi perdonerà) non determinano alcun problema, e semmai offrono dei vantaggi.
Certo, noterà qualcuno, Campbell col suo “The China Study”, già nel 2005 ci aveva fatto comprendere come affermare quel che (alcuni) vogliono sentirsi dire può produrre fama e denaro, tanto più se si possiede un titolo di studio idoneo allo scopo e, forse per la prima volta, anche in quel caso i debunker avevano guadagnato perlomeno altrettanta fama con un’analisi critica. Ma poi il tutto si era concluso.
Oggigiorno invece sembra che l’unico modo per trovare uno spazio sia quello di lanciarsi in cialtronate sempre peggiori, non basta più demonizzare il latte, la farina, lo zucchero, i legumi, e finanche la frutta, non basta più passare dall’assoluzione delle uova alla loro esaltazione (sino a raccomandarne una ottantina al mese), ormai il recinto è aperto e (meglio se con un camice bianco addosso) tutti dicono tutto, e più l’affermazione è contro il buon senso (prima ancora che antiscientifica), più si genera un incremento di visibilità. Con gli algoritmi pronti a premiare.
Il debunking non riesce a stare dietro, e anche i divulgatori più stoici sembrano ormai (e giustamente) essersi arresi.
Alla fine la domanda iniziale resta aperta: perché lo si fa? E non lo dico per redarguire chi è già diventato noto, figuriamoci. Lo dico per chi cerca ogni giorno di uscire dal suo anonimato, e crede che l’emulazione sia la strada giusta.
Prima di farlo comincerei con le parole di Achille Bonito Oliva, quando distingueva tra l’esser famosi e l’esser popolari, l’esser narcisisti e l’esser vanitosi.
Ecco, prima di iniziare occorre non solo chiedersi questo, ma domandarsi da chi si desidera essere riconosciuti e stimati, da quelle persone che vorremmo essere e per le quali proviamo stima, o da coloro che (in altri contesti) avremmo deriso?
Se la ragione è quella di monetizzare il discorso cambia ancora. Se si intende monetizzare direttamente con le visualizzazioni, nulla quaestio, il cinepanettone incasserà sempre di più del cinema d’essai.
Fate bene a fare quel che state facendo, sebbene non mi senta di condividerlo alla fine pecunia non olet, diceva Vespasiano, e “chi sono io per giudicare?” aggiungerebbe un più sobrio detentore del soglio di Pietro.
Ma se l’obiettivo è quello di usare la propria autorevolezza (anche) per monetizzare per tramite dei propri servizi professionali, il discorso cambia. Sia analizzando il mero marketing che con una analisi più articolata del concetto.
Per il mero marketing mi voglio avvalere di un esempio banale. Immaginate di dover riempiere una bottiglia con dell’acqua che sgorga da un rubinetto aperto a tutta pressione, e immaginate di fare la medesima operazione con un rubinetto aperto quanto basta. In entrambi i casi la bottiglia giungerà a esser piena, ma probabilmente nel secondo caso si riempirà prima e con minori sprechi.
Ecco, se l’obiettivo è questo non c’è bisogno di una comunicazione becera e degna della peggiore tele-imbonitrice anni ’80, provate a dire qualcosa di nuovo, non di diverso! La divulgazione ben fatta giungerà a un pubblico differente, lavorare col quale sarà appagante ben oltre il solo profilo economico.