Sport e razzismo in Italia: vogliamo parlarne?

Di Redazione

Lo sport professionisti ha un impatto enorme sulle masse. Gli sportivi devono rendersi conto che anche grazie al loro apporto possiamo sconfiggerlo

La domanda nel titolo, non è retorica. L'ultimo episodio, avvenuto nell'amichevole Pro Patria Milan di ieri, è soltanto uno dei tantissimi esempi di razzismo che sono sotto gli occhi di tutti quanti frequentano stadi e campi da gioco dagli amatori ai professionisti.

Vorrei porre l'accento non tanto sull'episodio, ma sul dibattito che ha scaturito, che come spesso accade porta sempre alla stessa domanda. E' giusto dare visibilità e audience a questo tipo di eventi? O sarebbe meglio come molti indicano ignorare quei pochi imbecilli e non dare risonanza a questi piccoli atti di razzismo?

Nell'articolo su La Repubblica, che racconta l'accaduto, viene riportato un virgolettato di Clarence Seedorf che dice:

"Così facendo ha dato importanza al comportamento di un piccolo gruppo che era allo stadio solo per fare casino. Bisognava identificare i responsabili e sbatterli fuori dallo stadio a calci così il restante 90% del pubblico avrebbe potuto godersi lo spettacolo. Se Boateng fosse stato in grado di indentificare come responsabile l'intera curva allora bisognava cacciare l'intera curva". Per Seedorf l'idea di abbandonare il campo: "Serve per mandare un segnale ma è già successo più di una volta e non credo che ciò possa cambiare più di tanto".

Mi è capitato spesso di discutere questo dilemma, e non è facile da sportivo, trovare una risposta.

Mi torna in mente l'episodio di Luis Aragonés e Thierry Henry (video qui sotto), quando l'allora allenatore della nazionale spagnola definì il fuoriclasse francese un "negro" cercando così di motivare un suo giocatore a fare meglio di lui.

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Ci furono tante condanne, ma anche tante persone che difesero l'allenatore spagnolo. Uno tra questi fu un altro fuoriclasse di colore, Samuel Eto'o che prese le difese del suo ex coach dicendo che è un uomo di calcio, rude ma sincero, onesto. Riducendo in pratica l'accaduto ad un banale "scherzo" fatto con la confidenza che tra amici riduce anche le offese più pesanti a semplici parole, prive di un significato razzista.

Io sono toscano, di Firenze, e dalle mie parti tra amici ci si offende "in amicizia" in ogni occasione. Anche le più serie. Capisco molto bene che in tono amichevole tutto si può dire, e parole o frasi anche molto offensive diventano un semplice intercalare scherzoso.

Ma lo sport dei professionisti influenza masse enormi, ed è proprio grazie a queste masse enormi che le persone che vivono il calcio top-level da protagonisti guadagnano cifre altissime e vivono una vita da super star.

C'è un piccolo prezzo da pagare per tutta questa fortuna: il paparazzo che ti insegue, rinunciare a un po' di stravizi, ma anche (e soprattutto) rendersi conto che con il proprio comportamento si influenzano milioni di persone. Tra cui possono esserci anche pochi ignoranti che non sanno distinguere tra un pacifico scherzo e l'istigazione all'odio razziale.

Se non si è disposti a sacrificare la propria ironia quantomeno in luoghi pubblici, beh forse sarebbe meglio valutare altre offerte di lavoro, rinunciando anche alla parte piacevole del lavoro, che nel caso di calciatori e allenatori rappresenta il 99.9 % del pacchetto.

No al razzismo, no alla discriminazione. Sempre e comunque. Lo sport ha un enorme valore sociale e Boateng ha fatto bene ad andarsene. Con queste cose non si scherza e non esistono alibi; ce lo insegna la storia, ma soprattutto ce lo insegnano l'intelligenza e la cultura.